mario marino: il suono dentro l'immaginario elettronico
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il suono molven a parole: estetica della sintesi

vedi articoli precedenti.
Il suono molven si genera da un insieme di elementi incontrati all’interno di un lungo percorso costituito da una grande quantità di ascolti, letture, riflessioni personali, infinite discussioni con amici di una vita, esperimenti su macchine elettroniche e dalla passione per i computer che risale ai primi personal sul mercato (C64, Atari..).

Ovviamente non hanno grande importanza le etichette che identificano i generi e sottogeneri musicali, e noi infatti le useremo solo come orientamento di massima per districare la complessa matassa dell’elettronica, nella quale esistono un’infinità di stili e sottogeneri, ma fondamentalmente due principali macro-settori: la Techno e l’Ambient. La prima più orientata verso la dimensione fisica, la danza, laddove il cuore e le sue pulsazioni diventano immediatamente battito che “smuove”, elemento ritmico. Mentre nel suono ambient tutto trasla al piano superiore, il corpo si ferma lasciando la mente libera di accogliere viaggi onirici, voli in altre dimensioni.
Molven trova il suo habitat in questa secondo ambito, anche se in una zona di confine, in quel vastissimo contenitore spesso etichettato con la locuzione: “ambient-techno”, ovvero ambient che non esclude elementi ritmici, sconfinamenti verso la dimensione corporea. Un viaggio restando fermi o una danza senza movimento: Dance without moving.
L’essenza dell’ambient music, non è assenza di movimento tout cour, ma movimento spostato ad un piano superiore, una sorta di fluttuazione onirica, viaggio mentale, danza senza movimento. Il dinamismo delle componenti musicali è un moto che non richiede necessariamente un corpo che si sposta: esso muove flussi, sposta molecole, apre spazi.
Molte tra le principali suggestioni provengono da autori e progetti che vengono catalogati dai critici sotto l’etichetta IDM (Intelligent Dance Music), definizione nata nei primi ’90 per identificare certe produzioni (a partire da alcune uscite storiche dell’etichetta londinese Warp) in cui vi è una sorta di ambient con elementi techno, dunque più “fisici”, ritmici, quasi danzabili, o una techno con elementi ambient, dunque più “mentali” (di qui il termine un po’ goffo: intelligent).

Nei live-set come nelle produzioni (finora esclusivamente per la netlabel Laverna.net) sotto lo pseudonimo prima matera electronics, poi molven, cerchiamo di tracciare un percorso musicale in equilibrio tra una dimensione più emozionale/introspettiva, che si muove su territori musicali titpicamente ambient, fatta di tappeti, drones e ricerca sonora con venature noise/shoegaze; e una più astratta/mentale, tipica di certa elettronica-idm (per intenderci à là Arovane/Ocre..) che vive di trame compositive, complicazioni ritmiche e sequenze di note che possono anche raggiungere una certa complessità e conmprendere componenti aleatorie. Tali trame compositive emergono e si dissolvono dalla/nella texture ambient di base su cui il brano si appoggia: dal drone scaturisce una sequenza di note come se da esso provenisse e che poi in esso andrà a morire, o viceversa, far generare il drone dalla destrutturazione di una sequenza di note che si perdono fino al punto di mantenere solo l’intonazione di base o dominante. E’ come se i due “opposti”, il suono e la sua strutturazione temporale si toccassero: la sequenza (di note) e l’inviluppo di un singolo suono tendono a sovrapporsi.

 

immaginario_elettr1Il suono molven si dilata indefinitamente (sustain/decay) e la sequenza si sfalda, si decompone, sbriciolandosi in parte nella sua dimensione aleatoria e in parte congiungendosi e sovrapponendosi col suono dilatato e divenendo rispetto ad esso indistinguibile. E anche la struttura ritmica (linea di basso compresa) è tracciata in parte da tipici elementi drum e in parte sussiste sottotraccia, incorporata nella sequenza e nei suoi suoni (magari segnati da componenti noise), senza che vi sia necessariamente un salto netto, una distinzione chiara tra i due elementi, quello “melodico” e quello ritmico, tra i suoni di basso-batteria e tutti gli altri.
Questa è la componente dinamica che abbiamo in qualche modo tracciato distinguendola dalla dialettica anche se di essa mantiene la tensione tra opposti, pur tuttavia senza che essi si risolvano mai del tutto gli uni negli altri: una sorta di tensione dinamica permanente. E’ come un elastico che resta teso per tutta la durata della traccia.
[ VAI ALL’ARTICOLO COMPLETO → “LA MUSICA ELETTRONICA COME PROCESSO DINAMICO” ]

L’estetica della sintesi
Il limite di tutte le teorizzazioni epistemologiche è la loro utilità pratica nel momento in cui si agisce in concreto nell’attività di ricerca. Dunque hanno più un valore storico o analitico e non sono molto utili, perlomeno direttamente, come insieme di precetti e indicazioni, come strumento operativo per chi lavora sul campo. Analogamente per il musicista le teorizzazioni filosofiche hanno un peso molto marginale nel momento in cui si trova a manipolare il suono e i percorsi si intrecciano, si combinano e prendono vie del tutto imprevedibili e inattese, laddove il suono sembra quasi sfuggire e seguire una direzione propria, un flusso non del tutto sotto controllo. E, in più, qui dobbiamo aggiungere il fatto che l’artista non è sempre pienamente consapevole dei propri processi produttivi. Filosofo e artista essendo due figure ben distinte, anche se non per forza contrapposte..
Tuttavia alcuni elementi teorici di massima sul nostro suono possiamo tentare di tracciarli.
L’approccio ‘sintetico‘ all’espressione artistica presuppone una scelta di carattere ‘estetico‘: la sintesi come orizzonte dell’immaginario, come fascinazione di base storicamente determinatasi con l’avvento dei primi strumenti di sintesi sonora (i synth commerciali che hanno invaso il mercato negli anni  ’80, ma soprattutto gli strumenti virtuali e la computer music degli anni ’90).
Nel processo di sintesi il suono viene non semplicemente manipolato, controllato, elaborato, ma completamente (ri)costruito a partire dalle sue componenti costitutive di base (forme d’onda, frequenze..). Ciò avviene all’interno di quello che potremmo immaginare come un percorso che porta verso il perfetto ‘strumento’ musicale, lo strumento ‘puro‘, quello che si ‘toglie di mezzo‘ nel momento in cui lo usiamo e accorcia fino quasi ad annullare la strada tra l’idea e la sua concretizzazione, l’immagine sonora nella mente e le corrispondenti vibrazioni fisiche necessarie per riprodurla. Ora, non ha importanza che lo strumento perfetto non esista, quanto piuttosto che se ne riconosca la bellezza e il valore artistico, il fascino della sintesi come orizzonte di possibilità.
Ora, non è semplicemente il materiale di partenza il punto della questione. Non dobbiamo necessariamente partire da oscillatori e forme d’onda “pure” per poter parlare di “sintesi”, ma possiamo anche partire da un campione di chitarra, in quanto non è l’elemento tecnico al centro del nostro discorso, ma quello estetico. Dunque ciò che caratterizza l’estetica della sintesi è l’apertura, ovvero il fatto di mantenere aperto il campo di intervento sul suono di partenza, che potrà essere manipolato indefinitamente, fino anche a trasformarlo nel proprio opposto. Vale lo stesso che abbiamo affermato a proposito del concetto di musica elettronica. Anche qui gli strumenti che usiamo e le tecniche di intervento sono secondari rispetto al progetto estetico che guida la composizione. Un suono di pianoforte manipolato può rientrare in questo orizzonte esattamente come un suono creato da zero con MAX.
Cosa c’è di più elettronico di un loop di chitarra del primo album dei Seefeel?
[VAI ALL’ARTICOLO COMPLETO → “IL SUONO DENTRO L’IMMAGINARIO ELETTRONICO” ]

Il grande assente della “musica sintetica” è il gesto, l’intervento manuale in tempo reale su uno strumento “suonato”, soprattutto nel contesto live. Negli anni ’90 la laptop music, dopo una prima fase in cui era divenuta “di moda”, è divenuta rapidamente oggetto di critiche (spesso fondate) per la freddezza delle esibizioni live: nonostante le splendide superfici di controllo in commercio, che evitano perlomeno la sgradevole gestualità “in punta di mouse”, risulta comunque poco spettacolare “suonare un computer”..
Tuttavia questo deficit proprio della musica virtuale “suonata”, viene almeno in parte compensato dalla estensione timbrica tendenzialmente infinita del sintetizzatore (virtuale). Se stanotte in sogno si comporrà nella mia mente un suono tipo ‘bleeeep’, domattina avrò la possibilità teorica di ricrearlo in modo preciso attraverso il mio buon synth..

In questo spazio infinito e in questa prospettiva ‘aperta’, si muove il progetto Molven, che trae le proprie origini da questo concetto di ‘estetica della sintesi’ applicato non solo alla dimensione audio ma anche all’immagine. Il materiale ‘grezzo’ di partenza non è costituito da campioni, field recordings o strumenti elettroacustici suonati, bensì dalla combinazione di elementi sintetici di base, come le macro di Reaktor o gli oscillatotri digitali di MaxMSP, e gli oggetti grafici di Flash prendono il posto delle riprese video.. L’arte non come ‘rappresentazione’ del mondo (esistente), bensì come astrazione (etimologicamente separazione dal mondo reale), oppure, potremmo altrimenti dire, diviene rappresentazione che si estende a mondi possibili, o alla possibilità di nuovi mondi.